Voglio il tuo sudore

Sabato prossimo 24 agosto 2019 si terrà il tanto contestato concerto di Lorenzo Jovanotti sulla sommità del Plan de Corones. In attesa di giudicare l’evento anche dai fatti e non soltanto dalle premesse, ecco un significativo articolo di Marta Fana che denuncia altri importanti aspetti dei megaconcerti in luoghi non deputati, tipo la temporanea chiusura al pubblico delle location che sono Bene Comune oppure il lavoro gratuito restyled tramite la parola volontariato.

Voglio il tuo sudore
di Marta Fana
(pubblicato su jacobinitalia.it il 12 luglio 2019)

Sedici ore di lavoro in cambio di un paio di pasti e un gadget. È quanto offrono gli organizzatori dell’evento balneare di Jovanotti. Un caso paradigmatico

È una fotografia azzeccata, quella del volantino del Comune di Cerveteri Marina in cui si cercano volontari per la raccolta differenziata durante il tour dell’estate: il Jova Beach Party. È Jovanotti, travestito da Zio Sam, mentre chiede il nostro aiuto, almeno sedici ore di lavoro, in cambio di un panino, una bibita e un gadget. È l’immagine dell’industria culturale: quella che ogni sera fattura milioni di euro ma non paga i lavoratori, perché ormai chiamati volontari, ragazzi fortunati.

Plan de Corones

Giorno dopo giorno ci si abitua a non vedere, a non guardare in che modo si produce realmente ciò che abbiamo attorno: che si tratti di barattoli di pomodoro pelato o di mega installazioni su cui si esibiranno le star più o meno del momento. Una rimozione che può avere svariate giustificazioni, ma che prima o poi torna a chiedere il conto, a svegliarci di soprassalto. Così per il prossimo concerto di Lorenzo Jovanotti vengono reclutati volontari per «presidiare i contenitori della raccolta differenziata dislocati sull’area dell’evento e informare le persone su come fare bene la raccolta differenziata». In cambio, niente poco di meno che «accesso all’evento; buono per panino + bibita; maglietta Beach Angels + cappellino; – e dulcis in fundo – assicurazione a copertura di danni personali e a terzi». Il Jova Beach Party aveva già fatto parlare di sé per i rischi presunti o reali causati all’ambiente, considerando che le date si terranno su spiagge o addirittura a Plan de Corones, in Alto Adige. Gli organizzatori hanno cercato di replicare alle critiche sul danno ambientale dell’evento, rimane il nodo della pulizia dei luoghi che gli organizzatori assicurano. Mentre rete e giornali non hanno fatto attendere la propria posizione sulla quesitone ambientale – sacrosanta – ben poco, se non nulla, si è sentito per le condizioni di lavoro di centinaia di lavoratori non pagati perché definiti volontari usati proprio per garantire il rispetto dell’ambiente. Dalle 8 di mattina a fine concerto. E bisogna che ti consideri un ragazzo fortunato a fare 16 ore gratis perché ti hanno regalato un sogno, un panino e un gadget. Neppure i sali minerali per resistere in caso di calo di pressione sotto il sole cocente di un’estate dalle temperature record. Verrebbe da fare ironia se non si trattasse di una situazione talmente seria da non poterci permettere alcun sarcasmo. Pare che in media il costo di produzione di ciascuna data si aggiri attorno al milione e mezzo di euro e facendo due calcoli, con una media di 50 mila spettatori al modico prezzo di 60 euro ciascuno, il fatturato di tre milioni. Profitto 1,5 milioni di euro a serata. Panino più bibita più maglietta e cappellino per chi invece lavora dalla mattina a notte inoltrata. Guarda mamma come ci si diverte a far lavorare la gente gratis, a non fare i contratti e guadagnare un casino di soldi.

Reinhold Messner si è dichiarato contrario all’evento.

Il caso del Jova Beach Party è altresì emblematico perché sostenuto dal Wwf allo scopo di sensibilizzare contro l’uso della plastica monouso, un testimonial che per una azione che sì dovrebbe essere prassi comune quotidiana di qualsiasi cittadino guadagna un milione e mezzo circa. Che in questo paese, ma non solo, i lavoratori subiscano da decenni attacchi spietati alle proprie condizioni di lavoro, ai salari, ai diritti sociali è cosa nota. Giorno dopo giorno, un pezzettino più o meno grande alla volta. In questa quotidianità si affermano e consolidano pratiche di completo rovesciamento ideologico, di cui la più in voga pare essere quella del lavoro definito volontariato affinché acquisisca una natura benevola, dove quel che importa è la partecipazione, la condivisione di un interesse che non sia un rapporto tra chi comanda e chi esegue, ma la condivisione di un momento di utilità sociale, che fa apparire di cattivo gusto ogni pretesa del fondamento stesso del lavoro nel nostro sistema capitalistico l’interesse monetario – quello di ricevere una retribuzione per la fatica fatta.

Così sul lavoro gratuito, ridenominato volontariato, oggi poggiano interi settori economici che fanno profitto, che hanno bisogno di lavoratori ma possono far leva sull’immaginario – del volontario sorridente o del disoccupato che si prende cura delle aiuole sotto casa – per risparmiare sui costi e quindi fare più profitti. O risparmiare di più come nel caso del volontariato fatto presso le amministrazioni pubbliche.

Il Mountain Messner Museum di Plan de Corones

Tra questi settori, merita un posto d’eccezione, per la pervasività del fenomeno, quello della produzione culturale dove festival di ogni tipo, musei, concerti, mostre, fino ad arrivare ai grandi eventi internazionali stanno letteralmente in piedi grazie al lavoro gratuito di centinaia di volontari. Il caso Expo Milano ha fatto scuola: 18 mila volontari furono ingaggiati gratuitamente – con l’accordo dei sindacati confederali – perché un salario vale meno del «costruire un network di relazioni vere basato su entusiasmo, energia, talento, intraprendenza, voglia di fare ed esperienze vissute, che potrà esserti utile anche nel tuo futuro», come si poteva leggere sui depliant di reclutamento. L’importante è pensare positivo. Negli anni abbiamo visto migranti con la pettorina gialla pulire gli escrementi dei cavalli a capo delle carrozze di una processione locale. E li abbiamo ritrovati a pulire il Parco Ferrari di Modena, dopo il concerto di Vasco Rossi. Parliamo di eventi che generano milioni di fatturato, tra biglietti, sponsor e tutti i costi risparmiati grazie alla messa a disposizione di infrastrutture pubbliche a danno anche degli abitanti di quegli stessi luoghi, visto che la spiaggia libera che è stata scelta come location dell’evento verrà chiusa al pubblico: un bene comune sottratto per venti lunghi giorni. Un apparato il cui incommensurabile valore collettivo è letteralmente messo a disposizione di imprese e profitti privati: sia quelli dell’organizzazione che quelli del luogo. Il turismo, petrolio d’Italia, ma anche eventi culturali, concerti, fiere, sagre. Ne approfittano tutti, tranne i lavoratori che se non lavorano gratuitamente, ricevono salari del tutto indecenti, come i lavoratori che hanno smontato l’imponente palco di Ultimo dopo il concerto allo stadio Olimpico di Roma. Quattro euro l’ora, molti di loro neppure con uno straccio di contratto per la giornata lavorata. Gli organizzatori si giustificano: «non sono nostri lavoratori». Si tratta di una deresponsabilizzazione ricercata: lavoratori in nero, sottopagati e finti volontari sono cooptati e gestiti attraverso cooperative o agenzie, strutturate o di comodo. È il sempiterno gioco delle tre carte, tra appalti e subappalti, lo stesso che imperversa lungo il ciclo di produzione di ormai tutti i settori economici.

Fuori fuoco appaiono anche le contro-critiche secondo cui nessuno costringe queste persone ad accettare, anzi spesso lo fanno proprio con entusiasmo perché possono godersi un concerto a cui non avrebbero potuto partecipare. Per mancanza di soldi, molto probabilmente. Un argomento che fa acqua da tutte le parti. Primo perché quelle attività sono necessarie al buon funzionamento dell’evento, parti indispensabili della produzione ed è surreale poter pensare di non essere disposti neppure a retribuirle dal momento che senza questo lavoro non ci sarebbe alcun concerto. Un ragionamento che va esteso a qualsiasi attività economica che non può definirsi tale senza la minima capacità di retribuire i propri fattori di produzione. Vale nell’industria culturale come in tutte le altre. Tornando al punto delle contro-critiche, bisogna dire che per ogni volontario arruolato c’è un lavoratore disoccupato che rimane a casa, uno dei tanti, troppi, cui quotidianamente si vuol fare credere che la propria condizione è il risultato delle proprie scelte, scarse attitudini, responsabilità individuale. E non c’entra nulla l’avere a cuore il proprio territorio o la sagra tradizionale del proprio comune per cui fare i volontari è quasi un orgoglio, come lo è stato per decenni per i militanti dei partiti che gestivano le proprie feste (partiti che nel momento in cui sono venuti meno i militanti hanno iniziato ad usare anche gli studenti in alternanza scuola-lavoro). Non esiste militanza quando questa attività accresce i profitti di uno o di pochi, quando quel che produci non è anche tuo, non puoi dividerlo con la tua comunità.

Inoltre, qualcuno dovrà prima o poi chiedersi come mai un giovane non può permettersi di andare a un concerto e preferisce lavorare più di dodici ore sotto il sole, con uno sforzo fisico non indifferente – non sta mica su una poltrona massaggiatrice – pur di goderselo. Sarà che i prezzi sono troppo alti e allo stesso tempo i salari troppo bassi, addirittura nulli in molti troppi casi, come in questo. Poiché come società forse non abbiamo ancora la forza di pretendere la cultura gratuita o accessibile per tutti, potremmo almeno avere la dignità di chiedere salari più alti, salari decenti. Il problema è tutto nostro perché dall’altro lato, quelli che propongono e sostengono tali pratiche, sanno bene che impiegare volontari ha anche l’effetto di dissuadere chi invece nel gruppo ha ancora un piccolo salario, un rimborso spese. Il ricatto è presto sul tavolo: o così o prendiamo un altro volontario.

Qui si apre una partita per nulla semplice che investe non soltanto questo settore e in cui non è possibile giocare da soli. Rivendicare i diritti di uno o di tutti rimane uno sport collettivo, che prende forma se e solo se ci si oppone a una deriva anche quando privatamente ci può fare comodo. La questione salariale ombelico del mondo!

Aggiornamento. Riceviamo dall’ufficio stampa di Jovanotti un chiarimento sull’organizzazione del lavoro dei volontari durante il #JovaBeachParty. Si puntualizza che questi ultimi saranno impiegati dalle 13 alle 23.30 circa e che riceveranno non un panino – come abbiamo scritto – ma due pasti più due buoni drink. La precisazione non smentisce quanto abbiamo scritto sul fenomeno del lavoro gratuito, mascherato da volontariato, nel settore dell’industria culturale in genere e di questo evento nello specifico. A ben vedere, non hanno nessun problema a rivendicarlo, perché in fin dei conti il problema è tutto nostro, di quelli che questo fenomeno dobbiamo combattere, come lavoratori, come cittadini e come consumatori di cultura.

Marta Fana, PhD in Economics, si occupa di mercato del lavoro. E’ autrice di Non è lavoro è sfruttamento (Laterza).

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Voglio il tuo sudore ultima modifica: 2019-08-21T05:28:08+02:00 da GognaBlog

16 pensieri su “Voglio il tuo sudore”

  1. 16
    Paolo Panzeri says:

    Forse tutto funziona così, ma non bisogna dirlo forte, perché c’è il comunismo: tutto diventa disponibile a tutti e tutti possono partecipare.
    Chiamarlo se vogliamo capitalismo comunista, alla cinese, però è bello!
    In Cina però c’è molta intelligenza e cultura.
     

  2. 15
    Alberto Benassi says:

    ma conosco bene le ficcanti parole del falesista Rossa Guido: le cose importanti sono altre.

    bene, si è vero, sono altre!
     
    allora Gogna chiudi pure!

  3. 14
    Umberto Pellegrini says:

    Corretta osservazione di Piccini.
    L’articolo mi è piaciuto, quanto ho trovato inutile e scontato quello della ferrata.
    Ancora una volta la Fana mette in evidenza in maniera chiara che questo attuale paradigma culturale, ovvero l’economia olistica, usa per i suoi maggiori introiti la mano d’opera a costo irrisorio, se non nullo. Nessuna novità, direbbe Marx, dai tempi di Tutankhamon, se non fosse che modernamente la mano d’opera (tutti noi) viene alienata con metodiche talmente raffinate da far si che essa stessa richieda la compartecipazione attiva al paradigma stesso: fateci lavorare!
    Tali metodi, progettati e resi funzionali già agli inizi del secolo scorso, oggi sono perfetti, e trovano nella ghettizzazione dell’immateriale il loro campo di azione: la passione! Da non credere: trova un target, e renderai schiavo chiunque.
    La ferrata è solo un metodo, ed una critica ad un metodo è inefficace, anzi, a volte funzionale addirittura per l’opposto: genera divisioni fideistiche, gradite all’economia olistica.
    Siamo dunque sicuri che è più nerd il milanese impegnato sulla ferrata che non l’alpinista impegnato su Absolut Potent? Io non credo. Entrambe alienati nella loro passione, entrambe destinati ad un pezzo di mercato preciso, di consumo preciso, di inquadramento preciso nel paradigma. Tutti lo siamo, anche il gestore di questo blog, impegnato nei suoi anni giovani a prime assolute, prime seconde e terze ripetizioni, che lo hanno reso un buon esempio di questo paradigma culturale. Di più. Magari lui no, ma se non ci fosse stato Bonatti, i ferratisti oggi sarebbero la metà, e pure gli odiati alpinisti della domenica. Bonatti idolo, Bonatti mito, Bonatti al servizio di questa cultura economica, immagine liquida da far aderire alle nostre anime per un mercato futuro (che è arrivato).
    Prova ne è, appunto, del bersaglio passionale, che appena qui si parla di fix, chiodi, martello, pietra, whiteout, tempeste patagoniche e, perché no, ferrate, emerge istantaneamente l’appartenenza di rango, l’esser bravi o brocchi, ovvero l’elemento alienante, la bolla passionale, senza cui l’alpinista vero è spacciato, come del resto spacciato è il milanese senza gpsiphonegopro et similia. 
    E di conseguenza l’invasione di Corones di pop star o la presenza del museo messner a n-mila metri msl non scaldano troppo gli animi, per non parlare poi di qualsiasi malefatta ambientale di cui l’italia ha tristi record, perpetrate il più delle volte in Pianura, la bellissima e piatta Pianura, da n-anni, dove però non si scala, tranne a Paderno d’Adda, una ex-discarica a cielo aperto, un luogo di Leonardiana memoria, che non ha, immagino, riscosso alcun interesse tra gli alpinisti. Se non è roba di montagna vera, la passione scema.
    Come diceva Merlo, le ferrate (come le centrali nucleari) sono oggetti in sé senza connotazione, sono metodi. Ciò che è connotato è il paradigma, che lo abbiamo lasciato strutturare per essere immune a quasi tutto, e capace di sfruttare tutte le nostre debolezze. Il paradigma coeso, noi divisi. In tal senso, rispondendo all’ottimo Visentini, le guide alpine si adeguano: la montagna è economia, le ferrate pure, l’eliski idem, la falesia anche, lo sci, eccetera. Non li biasimo: diciamo che mi infastidisce leggermente l’atteggiamento di taluni, diversi e speciali, ma con il conto in banca magari grasso per attività alpine poco speciali, o magari per mano parentale. Per il resto, una guida, che si debba mantenere con il solo introito di guida, deve aprire le porte alla cultura egemone della montagna, altrimenti va a fare i disgaggi o altro, che è lo stesso.
    La gramigna non si sconfigge togliendola, ma preparando il terreno, lungo e laborioso mestiere. E parlare della gramigna serve a poco: cresce lo stesso.  Sia chiaro: io sono un mediocre che ha scelto la pillola blu, non quella rossa. E quindi preferisco leggere dei lecchesi, anzi, mi piacerebbe molto di sapere meglio del Tizzo, Ugo Tizzoni, mio preferito di cui si sa troppo poco, preferisco leggere di Manera, onesto impiegato piemontese che nell’ultima parte della sua vita ha messo le scarpette buone ed è andato in falesia, senza problemi. Io non sono Merlo, che ha preso la pillola rossa e piega i cucchiaini. 
    L’alpinismo ha dei problemi, sta morendo? Muore la cultura dell’alpinismo? Ah, caspiterina, signora mia, pensi inoltre che i cani cacano in montagna rendendo l’incedere olezzoso. Son problemi; ma conosco bene le ficcanti parole del falesista Rossa Guido: le cose importanti sono altre. 
    Pourparler.

  4. 13
    Daniele Piccini says:

    Spiego meglio, lungi da me il pontificare ed il voler classificare e confinare i partecipanti al blog, anzi ben vengano discussioni e posizioni diverse, aiutano a capire meglio e considerare i fatti da angolazioni diverse, non giustifico affatto una “piccola porcata” perchè “grandi porcate” sono in atto, volevo solo rilevare quanto il nostro ego ed il nostro stato emozionale contribuisca a dilatare o ridurre i problemi.  Se poi il mio commento ha prodotto il miracoloso accordo Bertoncelli/Matteo mi candiderò al Nobel per la pace.

  5. 12
    Alberto Benassi says:

    Perchè umanizzare e banalixzare sempre?  !?!

  6. 11
    Paolo Panzeri says:

    Non è stato un flop ! 
    Hanno venduto 28.000 biglietti…. porcamiseria.

  7. 10
    Fabio Bertoncelli says:

    Per la prima volta sono d’accordo con Matteo. Totalmente d’accordo.
    … … …
    Non sarò mica in decadenza? 😂😂😂

  8. 9
    Alberto Benassi says:

    Certo che se ogni volta che qualcuno indica una porcata, la reazione è “sono ben altri i problemi” non andremo tanto lontani

    perfettamente d’accordo.
    E’ come se qualcuno volesse giustificare le piccole porcate perchè oramai ci sono le grandi porcate.
    Ci sono dei luoghi , che non  sono ancora invasi/trasformati dalle infrastrutture dell’uomo. Sono delle rarità naturali. Possibile che si voglia umanizzare anche questi ?!?!
    Per cosa ? Perchè ci vogliamo sentire tutti dei rambo?
    Per l’egoismo dell’uomo che vuole comunque avere potere sulla natura?
    Per un fatto economico?  Perchè  non ci si sa accontentare con quello che abbiamo già e non è certo poco.
    Per rivalorizzare un luogo?  Come se già una forra non fosse già bella di suo come mamma natura l’ha fatta e l’intervento dell’uomo può fare solo danni.
    Rivalorizzare termine che andrebbe cancellato da ogni vocabolario.
    Quanto poi ai musei di Messner, agli impianti e piste da sci, funivie vedi monte Bianco, se ne è discusso eccome!!

  9. 8
    Matteo says:

    “55 commenti sulla ferrata del Rio Ruzza, 6 commenti su questo tema che oltre al danno ambientale denuncia un sistema di sfruttamento mascherato”
    Sembra strano, vero Daniele? Saremo mica tutti i soliti radical chic, ambientalisti da salotto, sinistroidi con il SUV?
    Però a pensarci bene…a Plan de Corones non combinerai mai niente, sputtanato è e sputtanato rimane e le funivie non verranno smontate, ma forse per le decine di rii Ruzza o Paganelle che ancora  ci restano qualcosa si può ancora fare.
    Certo che se ogni volta che qualcuno indica una porcata, la reazione è “sono ben altri i problemi” non andremo tanto lontani
     

  10. 7
    Daniele Piccini says:

    55 commenti sulla ferrata del Rio Ruzza, 6 commenti su questo tema che oltre al danno ambientale denuncia un sistema di sfruttamento mascherato con chiarezza per non parlare dell’appropriazione di beni pubblici per interessi economici privati.
    Forse anche i “protagonisti” di questo blog dovrebbero riflettere.

  11. 6
    Mario Verin says:

    Il “problema” di Plan de Corones (e della società che lo gestisce e che comprende tutte le realtà economiche dell’area, per intenderci è proprietaria del Messner Mountain Museum costruito da Zaha Hadid) è che d’inverno il numero dei turisti sugli sci è dieci volte superiore al turismo estivo. DOMANDA: sono già ricchissimi, ma COSA VOGLIONO DI PIÙ?

  12. 5
    Paolo Gallese says:

    Marcello, perché invidia?

  13. 4
    Paolo Panzeri says:

    Non ho mai sentito questo Giovannotto e quindi non lo conosco.
    So che esiste dai giornali, ogni tanto vien pubblicizzato.
    Dicono sia un mito vecchierello quasi giovanile della musica moderna del contraddittorio  tipo  leggera-impegnata…. diverte il cervello facilmente.
    Penso appartenga al mondo moderno della superficialità che tanti complessi dà alla gente semplice di cuore e di mente.
    Questa gente bisogna nutrirla, così per un poco fa pochi danni …. e sfruttarla bene bene, senza farle crescere la coscienza di ciò che fa.
    Dico questo con tristezza…… però il giorno del cai di “save the mountains” è stato un flop pazzesco, quindi le speranze bisogna sempre averle.

  14. 3

    Brutta cosa l’invidia.

  15. 2
    Paolo Gallese says:

    Da 30 anni lavoro nel campo della cultura museale. Confermo pienamente il contenuto dell’articolo. La nostra cooperativa non ha MAI usato volontari, per scelta e per rispetto verso noi stessi che guadagnamo poco e non siamo mai riusciti a diventare benestanti (o da tempo mi sarei trasferito in montagna). Ma temo che in futuro la situazione da questo punto di vista potrà solo peggiorare.

  16. 1
    Matteo says:

    béh, però paga loro anche l’assicurazione antinfortunistica…è più di quanto fanno molti altri!

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