Zone no-spit nel Lecchese: Documento etico

Al seguito della schiodatura ad opera di ignoti della via L’amico ritrovato e delle conseguenti polemiche, GognaBlog presenta qui il Documento etico di Ivan Guerini, accompagnato da una testimonianza di Paolo Consoli e da un breve scritto di Pietro Corti che ricostruisce almeno parzialmente la storia della Fracia.

Zone no-spit nel Lecchese: Documento etico
(le pareti del comprensorio Vercurago-Carenno)
di Ivan Guerini (21 gennaio 2019)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

La Pala dello Spedone è la parete trapezoidale che sovrasta l’abitato di Calolziocorte (LC), visibilissima da differenti punti della pianura lombarda e caratterizzata al centro da un’impressionante fiamma gialla di calcare ammonitico ossidato.

Si tratta di una sagoma geologica rilevante per gli abitanti della zona, sia come riferimento visivo onnipresente, che da sempre “fa parte” della loro vita vegliando sulla vita e la morte delle generazioni d’individui che attorno ad essa si sono succeduti, sia per l’attività delle generazioni di scalatori che su quella parete si sono espressi al meglio delle loro capacità – eticamente corrette – nella loro epoca.

Il termine arcaico tramandato che la denomina Fracia, tradotto, verosimilmente significa “fragile” a indicare una natura rocciosa internamente morbida ma rimasta indenne per il fatto di non essere soggetta a frane clamorose, quelle che forse l’hanno riguardata in epoche remote e pertanto a memoria d’uomo non sono a oggi ricordate.

La Pala dello Spedone (Fracia) con i due itinerari chiodati a spit

L’eredità culturale dei calolziesi
Nel 2008 conobbi lo scalatore calolziese Alfredo Papini, memoria storica di tutte le salite compiute sulle montagne della zona, che mi fornì numerose informazioni incoraggiandomi a riprenderne l’esplorazione, invitandomi a scrivere il libro che sto facendo. 

Quel suo entusiasmo mi incuriosì al punto da considerare la possibilità di salire su quelle pareti che viste da lontano non hanno proprio un bell’aspetto per la particolare tipologia di roccia calcarea che le costituisce.

Preso atto del tipo di roccia con cui si aveva a che fare, mi riservai di descrivere pubblicamente gli itinerari a tempo debito per ben spiegare “in che modo” è opportuno recarsi su quelle pareti.

Alfredo Papini riteneva che “su tutte” quelle pareti gli infissi non avrebbero MAI dovuto essere piazzati, non solo sugli itinerari storici ma dovunque, proprio per lasciare intatte le capacità psicofisiche e le possibilità esplorative delle generazioni future degli arrampicatori.

La probabilmente erronea ubicazione della via IV Novembre e della via Corti di Sinistra; la via IV Novembre si snoda presumibilmente in corrispondenza della linea di diedri-canali a sinistra, più o meno in corrispondenza della “D” della scritta “Dutur”. Lo fanno pensare le difficoltà esposte nella relazione originale. La via Corti di Sinistra dovrebbe invece essere in corrispondenza del tracciato nero.

Le vie della sezione centrale della Fracia, con la probabilmente corretta ubicazione della via Corti di Sinistra (1); via Ruchin (2); variante Burini (5); Direttissima Burini (3); via Corti di Destra (4) e via dei Soci (6). Foto: Vertice 2018.

Il fatto increscioso
Purtroppo proprio su questa storica parete, che rappresenta un vero e proprio emblema della “memoria storica” delle gesta arrampicatorie dei lecchesi e soprattutto calolziesi, sono successi fatti particolarmente incresciosi.

Nel 2015 sono comparsi gli spit, proprio su questa parete storica delle prealpi che ne era ancora priva: addirittura coloro che li hanno posizionati hanno creduto bene di togliere parte dei chiodi  inseriti dagli scalatori che avevano aperto decenni prima vie storiche!

Questi primi attrezzatori pare abbiano giustificato il loro operato col fatto di essere saliti nell’unico punto saldo e quindi sicuro della parete, ridicolizzandone pubblicamente la “fama di instabilità” da sempre ad essa attribuita.

Recentemente sono stati costruiti con trapano e spit altri due tracciati di arrampicata vincolata da infissi permanenti che costeggiano e addirittura intersecano varianti di un itinerario pre-esistente, realizzato nei primi anni ’70 con un numero esiguo di chiodi.

La via Dutur dell’Alpe tocca in questo puntp la vecchia via Corti di Sinistra (vecchi chiodi di sosta)

Questi antefatti portano a chiedersi come sia possibile considerare tali interventi “valorizzativi” dal momento che comportano ripercussioni negative nella Storia e nella natura delle pareti (Guerini si riferisce qui a http://www.ruralp.it/index.php?Mod=Pfolio&Cat=2&Prod=27, NdR).

Chi non concorda potrebbe dire: “Che danno potrebbe mai fare un banale tracciato a infissi permanenti su una parete che ha milioni di anni?”.

Già, tutti sappiamo che un’era geologica ha un “tempo di esistenza” sconfinato rispetto alla vita dell’uomo, ma il punto cruciale della questione riguarda il punto di vista dell’ecosistema verticale da parte di chi lo trasforma sistematicamente da intatto a sistematicamente attrezzato, convinto che sia valorizzazione e non distruzione. Si tratta di un modo di agire indiscutibilmente negativo.

Perché non chiedersi come questo modo di intervenire impedisca al “punto di vista” delle generazioni presenti e future di considerare obbiettivamente come sia meglio agire in modo eticamente corretto?

Evidentemente sono in molti a non capire che un utilizzo invasivo deturpa: l’ambiente naturale, la memoria storica degli itinerari preesistenti e le possibilità future in essi possibili.

Niccolo Bartoli in apertura sul Dutur dell’Alpe

Le insidie della Fracia
Chi ha arrampicato sulla Pala dello Spedone e dintorni sa che a parte le lastre sospese e i macigni in bilico presenti nei settori gialli e rossi ammonitici, anche arrampicando nei settori di roccia grigia si sale su selci affioranti grandi e piccole che si possono spezzare all’improvviso, a riprova della fama della Fracia!

In relazione alla costituzione di questo tipo di roccia, c’è anche da considerare se le vibrazioni provocate da un attrezzare sistematico non possano  comportare sollecitazioni alle formazioni franose che esteriormente “non si vedono” e non necessariamente si staccano al momento, ma possono staccarsi all’improvviso in un secondo tempo, in qualsiasi momento.

Tutto questo può mettere a repentaglio l’incolumità di tutti quelli che vi si recheranno dopo nonostante la sicurezza che gli infissi di qualsiasi tipo paiono rappresentare.

Le reazioni a quella procedura distruttiva
Sospettando che si tratti dell’avvisaglia di un “progetto invasivo sistematico” di vaste proporzioni, la comunità degli scalatori calolziesi è rimasta inorridita.
Ci sono state immediatamente reazioni di dissenso, sostanzialmente concordi che atti di quel tipo non possono in nessun modo essere ignorati o giustificati e i loro punti di vista differiscono solo sul rimedio da porvi.

Taluni sostengono che i tracciati a infissi vadano immediatamente rimossi mentre altri che debbano essere resi inagibili ma lasciati, come monito della testimonianza di coloro che si arrogano il diritto di compiere realizzazioni eticamente discutibili e ambientalmente deplorevoli, magari  anche per un proprio tornaconto, ignorando (volutamente o meno) la storia precedente del sito.

Non soltanto si dissociano dall’antefatto, ma si oppongono fermamente a ogni tipologia di procedura atta ad approvare (con o senza finanziamenti) ogni intervento invasivo che in futuro potrebbe riguardare non solo la Fracia ma TUTTE le pareti del comprensorio calolziese.

Da quel lontano 2008 furono in tanti gli scalatori calolziesi che contribuirono personalmente e di tasca loro a realizzare la ripresa esplorativa di queste zone fornendomi chiodi vecchissimi e nuovi da lasciare con parsimonia, solo dove strettamente necessario e come testimonianza storica su quelle pareti.

Alfredo Colombo (a sinistra) ed Ercole Ruchin Esposito

Sempre ringrazierò Mario Burini, Alfredo Papini, Carlo Longhi, Sergio Butti, Alberto Montanelli, Giancarlo Bolis, il varesino Giovanni Rossi e i milanesi Felice Boselli e Paolo Consoli.

Al partire dal 2010, principalmente assieme al cisanese Giancarlo Bolis e altri amici, ho iniziato a esplorare sistematicamente le pareti facenti parte della zona compresa tra: Vercurago – San Girolamo – Mudarga – Valle di Gallaveso – Saina – Erve – Pala dello Spedone – Oneta – Erola fino all’abitato di Carenno, percorrendo in arrampicata libera esplorativa 80 itinerari a friend e con pochissimi chiodi.

Così quei chiodi difficilmente visibili scomparvero nella quantità dei numerosi itinerari compiuti su quelle pareti. Da ora in poi non si potrà  dire che non si è  stati informati.

Il sogno a occhi aperti della scalata esplorativa
di Paolo Consoli (3 febbraio 2019)

A Natale 2018, complice un periodo prolungato di bel tempo e di temperature accettabili, abbiamo passato diversi giorni – Ivan Guerini ed io – ad arrampicare sulle rocce poste giusto sotto la Cappelletta del Corno, in vista della vicinissima Pala dello Spedone, la storica parete di Calolziocorte. Sono piccole, affascinanti pareti protette da una vegetazione tenace e da partenze strapiombanti, dove abbiamo tracciato – Ivan da primo di cordata – poco più di una quindicina di vie, lunghe da 10 a 60 metri e di difficoltà molto varie, dal III all’VIII.

Tutte, al solito e rigorosamente, con protezioni tradizionali – da cordini a chiodi – seguendo fessure strapiombanti, vincendo difficili muri grazie a selci a volte amichevoli, altre volte traditrici, e raggiungendo infine gli alberi di calata e, in un caso, la staccionata della Cappelletta.   

Tutto questo in cinque giorni, quasi consecutivi, durante i quali la stretta strada che sale da Calolziocorte a Erve mi era diventata tanto familiare, da farmi riconoscere – visto che l’ora era quasi sempre la stessa – il punto in cui sarebbe arrivato il sole che avrebbe illuminato il paesaggio all’improvviso, mentre Ivan mi spiegava con dovizia di particolari le tantissime vie aperte in zona e i progetti che mi avrebbero immancabilmente coinvolto. Una promessa e, forse, una minaccia!

La Cappelletta del Corno e le paretine sottostanti

Mi è capitato spesso, in trent’anni di salite con Ivan, di esplorare, in modo continuativo zone – nelle Alpi e nelle Prealpi – che finivano per rilevare segreti, come un dono a tanta perseveranza (che noi, scherzando, definivamo piuttosto come pura ottusità): e, insieme, rivelavano nuove prospettive, nuove visuali di paesaggi conosciutissimi, che variavano con la luce, con i profumi delle stagioni. Così come, le rare volte in cui siamo tornati dopo anni in quelle zone, era con emozione che riconoscevo luoghi, rammentavo particolari che credevo dimenticati, risvegliati con un brivido e, spesso, con un filo di malinconia.

La stessa malinconia che accompagnava la conclusione dell’esplorazione di una zona, quando le vie logiche più naturali erano state salite, e si tornava per l’ultima volta con la convinzione che non saremmo più tornati e, che se ciò fosse accaduto, non sarebbe stata più la stessa cosa.

Ne abbiamo parlato anche quando, uno degli ultimi giorni dell’anno, stavamo percorrendo per l’ultima (?) volta il sentierino che, dalla Cappelletta riporta ad Erve: ero rilassato, stanco, mentre davanti a me il sole illuminava il Resegone, con quella visuale nascosta a chi lo vede abitualmente dai Piani d’Erna o dalla pianura. Contrastava, quell’immagine infuocata dell’ultimo sole, con il freddo umido che saliva dai boschi ripidissimi, sopra e sotto di noi, verso la strada che porta a Calolziocorte.

Nella mia mente, ora, si confondevano gli itinerari di quei giorni, le vie che tentavo di mettere in ordine: dalle più brevi e difficili, boulder che portavano a pilastri verticali che si esaurivano in boschi non meno ripidi, a pochi passi dal sentiero, alle più lunghe: placche articolate, in parte sepolte da una vegetazione arrabbiata, muri bianchi solcati da selci, fessure e diedrini interrotti da alberelli fortissimi, oppure morti.

Così, pian piano, prendeva forma la struttura di quelle pareti così piccole e complesse, illusorie nella lunghezza degli itinerari, come della loro reale pendenza. Rimanevano, indelebili, i flash dei passaggi più azzardati, delle partenze difficili, dei traversi delicati su vene di selci, tanto belle a vedersi quanto ingannevoli; e quel senso di incertezza che derivava dalla costante attenzione al singolo appiglio che caratterizza l’apertura di una via, anche per un secondo di cordata. Una particolare sensibilità che – avevo capito negli anni – si consolida nel tempo, si sviluppa e si affina al massimo grado nell’apertura di itinerari, alla ricerca delle linee di salita naturali.

Così, mentre da solo risalivo il sentierino che porta alla Cappelletta, riflettevo, per l’ennesima volta, sull’”onestà” di quel modo di salire, verso la montagna e verso se stessi, perché rispettava i limiti di entrambi.

E mentre risalivo il sentiero che portava alla Cappella, passavo accanto alle vie percorse, ai pochissimi cordini che rammentavano i passaggi più duri, o semplicemente più belli, finché il mio sguardo cadde sulla Pala dello Spedone, che in quel momento mi pareva mutare di colore, all’imbrunire.

Il tracciato della via Ruchin (via Piero Fiocchi) sulla Fracia

La Fracia
di Pietro Corti

La Costa di Sopracorna del Monte Spedone, alle spalle di Calolziocorte, precipita verso ovest con la Fracia, un notevole salto verticale segnato da una grande rientranza di roccia rossa, da cui “Corna Rossa”, che sovrasta la stretta gola del Gallavesa. Quest’ultima è percorsa dalla ardita strada a sbalzo nel vuoto che da Calolziocorte sale a Erve, il paesino sotto il versante meridionale del Resegone.

Una parete imponente, visibilissima, e tuttavia poco popolare presso gli scalatori per la fama di roccia friabile, tanto da valergli quel nome dialettale. Fama che tuttavia non ha impedito che sulla Fracia e gli speroni laterali venissero aperte ben 12 vie, su cui si sono cimentati per primi alcuni bei nomi dell’alpinismo lecchese e calolziese degli anni ’30 e ’40.

Nel 1963 l’accademico calolziese Mario Burini, uno dei maggiori protagonisti dell’esplorazione della bastionata, apre la Direttissima, dopo aver tracciato nel 1960 un’altra via sul pilastro a destra. Quindi, negli anni ’70, compaiono altre vie molto impegnative di Alfredo Papini e Dino Berizzi.

Storie di passaggi azzardatissimi, chiodi precari, roccia mobile, grandi voli, traversi da brivido, bivacchi in parete; oltre ad un accesso (dal basso) a dir poco avventuroso. Alpinismo in piena regola a due passi da casa. Una caratteristica propria del territorio lecchese.

Poi una lunga pausa fino al 2005, con la notevole performance di Andrea Gigante Savonitto e Niccolò Bartoli, che aprono dal basso Il Dutur dell’Alpe, una via di concezione moderna sul settore sinistro: interessante e con un paio di tiri particolarmente belli, a giudizio di alcuni ripetitori, ma da affrontare con ottima preparazione.

Delle vie storiche, tutte caratterizzate da una difficile arrampicata libera/artificiale, ricordiamo:
– la Corti di sinistra del 15 ottobre 1933, di Augusto Corti (con Cassin sul Sasso Cavallo nello stesso anno; ma a quanto pare anche Corti se la cavava bene) e Cattaneo (?) (dovrebbe essere Pierino Cattaneo, NdR). Lo Scarpone 1933 n. 21: “il 15 scorso Augusto Corti… con due amici (sic), aderenti al Gruppo Arrampicatori Fascisti Nuova Italia (il G.A.F.N.I.), hanno superato la parete ovest del Monte Spedone. La scalata ha richiesto ben 9 ore”.

 – la Corti di destra del 18 agosto 1936, di Augusto Corti e Angelo Longoni, la stessa coppia della bella e difficile via sulla Parete Fasana dei Corni di Canzo nel 1944. Lo Scarpone 1936 n. 17: “Lo Spadone di Carenno”. La parete Lo Spadone, così chiamata forse perché simile ad una enorme spada (forse perché hanno sbagliato a scrivere il nome sulla relazione, azzardiamo noi)… dopo numerosi tentativi che denotano le estreme difficoltà che essa contiene… è stata vinta da una cordata lecchese dopo 11 ore di estenuante lotta. E poiché alla base di detta parete… un tragico incidente automobilistico spezzava la giovane esistenza di Ferruccio Ganassi, capo del Fascismo lecchese, le due giovani camicie nere del Manipolo Rocciatori del Fascio Giovanile di Lecco, ne scolpirono il nome in vetta a perenne ricordo”.

E’ già stato scritto molto sul rapporto tra i giovani scalatori del territorio lecchese (e non solo, naturalmente) ed il Partito Fascista, che ne esaltava i meriti sportivi a scopo politico. Una parete così imponente, per di più sotto gli occhi di tutti, era quindi il palcoscenico ideale per qualche trafiletto propagandistico.

 – la Ruchin del 23 agosto 1942, di Ercole Ruchin Esposito e Alfredo Colombo, dedicata all’industriale lecchese ing. Piero Fiocchi. Colombo è quello della via sul Sigaro del 1939. Ruchin invece … beh: leggete il bel ricordo Ruchin, storia di un piccolo grande alpinista (era alto 147 cm) di Alberto Benini e Ruggero Meles , CAI Sezione Ercole Esposito Calolziocorte, 1995. Molte difficilissime vie in Grigna, Resegone, Corni di Canzo e Dolomiti portano la firma di questo leggendario scalatore calolziese, il primo Accademico della Provincia di Bergamo. Lo Scarpone 1942 n.17: “Reduci dalle Dolomiti di Agordo, i due rocciatori del Dopolavoro “Alfa Romeo” di Milano Ercole Esposito e Alfredo Colombo, hanno conseguito una bella vittoria scalando per la prima volta (sic) e per direttissima la paurosa parete ovest del Monte Spedone… dopo oltre 14 ore di incredibili sforzi… E il distintivo dell’Alfa brilla ora al sole della vittoria. Chiodi adoperati 70, lasciati in parete 20, difficoltà sesto grado superiore”.

Note
Maggiori informazioni su:
https://www.gognablog.com/ercole-ruchin-esposito/
e
“Fracia”: quando la parete si fa dura, i duri cominciano a salirla!

Qui sopra è un quadro di insieme delle vie storiche presenti sulla Fracia (Corno dello Spedone) e sui pilastri alla sua destra:
Non visibili la via Papini-Nava o via IV Novembre (Piero Papini e G. Nava), 1948, IV passi di V (decine di metri a sinistra), e la via Dutur dell’Alpe (Andrea Savonitto e Niccolò Bartoli), terminata il 27 febbraio 2015 che tocca la via Corti di Sinistra;
1) Corti di sinistra (Augusto Corti e Pierino Cattaneo), 15 ottobre 1933, V+/A1
2) non esistente
3) via Ruchin (o via Piero Fiocchi), Ercole Esposito e Alfredo Colombo, 23 agosto 1942, VI/A2/A3
4) Direttissima Burini (Mario Burini e Alessandro Ninotta Locatelli), 1963, VI A2/Ae
4a) L’amico ritrovato, Luca Bozzi e Giovanni Chiaffarelli, terminata il 14 aprile 2018 (incrocia la Corti di destra). Via schiodata da ignoti ai primi di gennaio del 2019
5) Corti di destra (Augusto Corti e Angelo Longoni), 18 agosto 1936, V+/A1
6) Via dei Soci, (Alfredo Papini, P. Salvadori, Carlo Longhi, B. Milesi e S. Corti), 1975, V+/A1
7) via delle Formiche (Alfredo Colombo-Gino Valsecchi), V
8) Via Gino Valsecchi (Mario Burini e M. Stucchi), 1960, V+
9) Via Iosca (Dino Berizzi e A. Rota), 1976, V+
10) Naso di Carenno (Dino Berizzi, Alfredo Papini e P. Villa), 1975, V+
11) Variante Burini (Mario Burini e Dario Mozzanica), 1975.
  

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Zone no-spit nel Lecchese: Documento etico ultima modifica: 2019-02-27T05:50:42+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Zone no-spit nel Lecchese: Documento etico”

  1. 3
    Andrea Savonitto says:

    Un ultima cosa….LA VIA CORTI del1933 (a ds della DUTUR) sembra una BELLISSIMA VIA ….su ROCCIA SANA.

  2. 2
    Andrea Savonitto says:

    Solo alcune precisazioni a contenuti diffamatori del Innominabile.

    1)Quando dice: “addirittura coloro che li hanno posizionati hanno creduto bene di togliere parte dei chiodi  inseriti dagli scalatori che avevano aperto decenni prima vie storiche!” racconta una palla clamorosa che si è inventata di sana pianta e tesa sola ad “aggravare”……E’ il suo stile!

    2) I chiodi ad espansione sono presenti sulla parete dello Spedone almeno dal 1963 (Direttissima Burini….da Guerini stesso citata) per cui noi non abbiamo dissacrato nulla. Abbiamo utilizzato alcuni spit da 8 mm per lo più per proteggere l’arrampicata libera e non per appenderci come salami….la via si è risolta con difficile arrampicata artificiale trad fino all’A3.

    3) La via Corti di Sn (anche da noi confusa con la Papini …a causa delle poco chiare informazioni disponibili ed al disegno errato fornito dal Cai di calolzio) è una via ATTREZZATA. Lasciata completamente chiodata dagli apritori…ad uso e consumo dei ripetitori. Con i materiali dell’epoca (1933!!) che noi non abbiamo sfiorato neanche col pensiero….Se Guerini vorrà ripetere quella via ATTREZZATA utilizzando quei soli ancoraggi (86 anni!) faccia pure.

    Per tutto il resto stendo un velo pietoso.

    Le questioni di lana caprina sopratutto quando la capra è disonesta….le rimandiamo al mittente. Buon divertimento!! Schiodatori dell’Inutile.

  3. 1
    giggio says:

    Ma quindi non si chiamano più infissi geotecnici? Accidenti, mi devo aggiornare.

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